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LA CASA E’ DI CHI LA ABITA!

  • July 12, 2010 4:19 pm

LA
CASA E’ DI CHI LA ABITA!

Mutui
sempre più inaccessibili. Affitti sempre più alti.

Patrimonio
degli enti e delle fondazioni in dismissione.

Edilizia
residenziale pubblica allo sfascio.

Edifici
e aree demaniali in vendita al miglior offerente.

Consumo
di suolo formidabile mediante colate di cemento per piccole e grandi
opere tanto inutili quanto dannose.

Insomma:
RENDITA
PARASSITARIA sempre più arrogante e REDDITO sempre più inadeguato e
precario….

Il
numero delle aziende in crisi è in rapido aumento, e sta
coinvolgendo il settore industriale e dei servizi indistintamente. Il
quadro sociale già allarmante subirà un progressivo peggioramento
col susseguirsi dei prossimi mesi, a causa della fine di molte
cassa-integrazioni e della fine degli ammortizzatori sociali. Molti
lavoratori che hanno avuto fino ad oggi un reddito garantito, per
quanto minimo, si troveranno senza alcuna copertura salariale. Dalla
cassa-integrazione si passerà o alla mobilità, con una ulteriore
diminuzione del salario o direttamente al licenziamento. Questo
aumenterà inevitabilmente il settore precario fino ad arrivare a
vere e proprie sacche di disoccupazione strutturale, fenomeno inedito
nel “ricco” nord-italia.

Per
la prima volta, nel nostro territorio, sui mezzi di informazione, si
assiste ad un interesse in merito al problema casa, visto lo
strettissimo rapporto tra
lavoro e abitare.
L’affitto
e la rata del mutuo sono le spese che più incidono sul reddito
famigliare, l’aumento dell’insolvenza di entrambe è la prima
spia della sofferenza economica dei lavoratori. Gli effetti di questa
crisi hanno accelerato un processo di impoverimento che è cominciato
ben prima dello scoppio della bolla speculativa legata all’economia
finanziaria. La legislazione che ci troviamo davanti, a partire dalla
legge 431 del 1998 che ha liberalizzato il mercato degli affitti
facendoli salire alle stelle, inducendo migliaia di persone a
contrarre mutui per l’acquisto dell’abitazione, fino alle scelte
politiche che hanno fatto si che non si investisse più in edilizia
residenziale pubblica e addirittura si permettesse una svendita del
patrimonio pubblico, hanno notevolmente contribuito a creare
l’attuale emergenza abitativa.

La
crescente fascia di famiglie che è investita direttamente
dall’emergenza, non trova risposte in queste “soluzioni” e
dirottando le vere responsabilità e abboccando ad una campagna
razzista creata ad arte, si innesca nella società una guerra tra
poveri per ottenere l’assegnazione di una casa popolare.

Si
alimentano leggende legate all’immigrazione, rispetto al numero di
immigrati in casa popolare, si propongono regolamenti più
restrittivi legati agli anni di residenza, creando lacerazioni
sociali che rischiano di sdoganare comportamenti razzisti di massa.
Si sposta in pratica l’attenzione dal vero problema: la
mancanza
strutturale di investimenti in edilizia residenziale pubblica, che ha
permesso a speculatori, cioè proprietari immobiliari e banche, di
fare profitti tramite la rendita
.

Perché
questo quadro muti è necessario invertire un percorso che in questi
anni ha privilegiato le logiche del profitto e del mercato a scapito
del bene pubblico e quindi dello stato sociale.

La
crisi la stanno pagando esclusivamente le fasce sociali più deboli.
Occorre invece trasformarla in una possibilità di ridistribuzione
della ricchezza e sperimentazione di nuovi modelli: sono i pochi che
hanno fatto profitti in questi anni a scapito di molti, i
responsabili dell’attuale situazione di crisi economica e pertanto
devono essere loro stessi oggi a pagarne gli effetti. Gli attuali
assetti legislativi devono quindi subire una radicale inversione di
tendenza.

I
lavoratori, i precari, i disoccupati, sono i soli che possono
pretendere questo cambiamento attraverso una rinnovata capacità di
mobilitazione, organizzazione e generalizzazione delle lotte, nella
piena consapevolezza che non ci sarà regalato nulla. Tanto più in
un contesto dove le istituzioni spingono e incentivano il saccheggio
sociale della nostra ricchezza residuale e del nostro territorio, da
parte
della rendita immobiliare,
delle banche, del padronato e di una classe politica subalterna e
corrotta. Ma queste città sono ancora luoghi che noi abitiamo in
comunità, sono ancora luoghi di relazione e condivisione, di
creatività, di lotta e di autodeterminazione. E’ proprio
attraverso l’avvio
di
percorsi di autodeterminazione e di autorganizzazione nelle
resistenze contro le speculazioni, nelle lotte per la casa e per il
reddito
che possiamo guardare
oltre i confini di queste società, riversando addosso ai veri
responsabili della crisi i nostri desideri di libertà e giustizia
sociale, affinché siano loro a pagare in termini di sacrifici
“lacrime e sangue”, gli onerosi costi che la crisi impone.